Antonio Concas concas Riflessioni

Gli schiavi del XXI Secolo

Formalmente l’iter che ha portato all’abolizione della schiavitù nel mondo comincia in Danimarca nel 1807, e si protrae fino agli anni 30 del 1900, in realtà, paesi come Yemen e Arabia Saudita la hanno abolita nel 1962 e addirittura ultima la Mauritania nel 1980 è stato l’ultimo paese che ufficialmente ha abolito la schiavitù, potremmo allora finalmente dire che l’orrenda pratica di sottomettere un uomo fino a ridurlo in schiavitù sia finalmente conclusa? A quanto pare no, stando alle organizzazioni umanitarie presenti in alcune aree del mondo questo delitto viene nuovamente perpetrato, non solo, a differenza del passato quando bisognava esercitare una vera e propria “caccia”, oggi le vittime si presentano spontaneamente per subire la loro sorte. Certo le forme sono molto cambiate del resto siamo nella parte civile del mondo, quando dico che le vittime si presentano spontaneamente, mi riferisco al fatto per esempio che accettano passivamente di essere selezionati al mattino presto in molte piazze di piccoli paesi del sud del centro e del nord del nostro paese, per la maggior parte legati all’agricoltura, da selezionatori chiamati “Caporali”, da qui la denominazione caporalato per definire una pratica che nulla ha a che vedere con la normale contrattazione per il posto di lavoro, ma molto vicina viceversa a quella della costrizione in schiavitù,

Certo, non è sicuramente sufficiente partecipare ad una selezione ad una chiamata, per definire lo stato in schiavitù, ma è poi nel proseguo della giornata, mentre sei piegato sotto un sole a picco nel raccogliere i pomodori nelle sterminate pianure del foggiano, dove anche per bere o fare i bisogni devi chiedere il permesso al tuo controllore che si determina l’annullamento della tua dignità di uomo. La riduzione in Schiavitù, si manifesta con la costrizione al lavoro mediante minacce, violenze fisiche e psicologiche, servitù per debiti, traffico di esseri umani e altre tipologie di schiavitù moderna, che hanno tutte un comune denominatore: si tratta di obbligare al lavoro uomini o donne, che sono diventati in qualche modo “proprietà” di un’altra persona.

La cosa che ha dell’incredibile è che queste persone Vivono accanto a noi. Nelle campagne del Piemonte, nelle vigne del Veneto, nelle campagne a pochi chilometri da Roma, nelle meravigliose terre della Puglia, passano per essere “lavoratori stagionali dell’agricoltura”. Sono donne e uomini italiani e stranieri, sottoposti a regimi di semi schiavitù, non liberi, cioè, di prendere decisioni autonome sul luogo di lavoro e vessati, fisicamente e psicologicamente, dai loro padroni. Hanno dai 18 ai 60 anni. Sono diversi tra loro. Eppure, tutti uguali, Oltre ai Neri ci sono anche i bianchi, bulgari e rumeni, I disperati italiani. Che forse solo qui contano e vengono prima degli ultimi, un lavoro bestiale dove si è costretti a lavorare anche 12 ore al giorno per una paga di circa 5 euro l’ora, mentre il contratto ne prevede 9, magari a 40 gradi, di loro non si sente mai parlare se non quando qualcuno di loro muore oppure in qualche Thin Tank di tecnici che si occupano di inclusione, ma subito dopo tutto torna alla solita normalità e purtroppo al silenzio.

Quasi sempre, nelle vicinanze dei luoghi di lavoro o nei sobborghi delle città vicine, sorgono come funghi degli agglomerati di baracche di lamiera simili agli “Slum”  di Bombay, privi di acqua corrente e impianti igienici, veri e propri ghetti, posti difficili non solo per le condizioni igieniche,  ma anche perché li i diritti sono sospesi, luoghi fantasma dove non valgono le regole di convivenza o le leggi, tanto più che il tutto è un inno alla illegalità e dove anche le amministrazioni locali di quei luoghi fanno finta di non vedere per non interrompere il lavoro nei campi. Solo recentemente, e di fronte alle ennesime vittime, le istituzioni si sono mosse, nel 2016 è stata approvata dal parlamento Italiano la legge 199 contro il caporalato, credo più per la spinta emotiva delle morti “bianche” e dalla indignazione generale che altro. Va riconosciuto comunque un passo in avanti, come anche il tentativo delle aziende agricole ( quelle con imprenditori illuminati) di dotarsi del marchio NO CAP ed esporlo nei campi della raccolta, per segnalare una modalità diversa di operare in un settore difficile come quello agricolo, oppure alcune catene della GDO, che hanno definito nelle loro “policies aziendali” di non fare uso di prodotti agricoli che non siano stati raccolti rispettando le leggi del settore.

Quindi abbiamo una legge sul caporalato, norme che vietano per esempio il lavoro nelle ore più calde, eppure ancora oggi abbiamo notizia di persone che svengono dalla fatica o che sono costrette a fare uso di farmaci o addirittura di droghe per sostenere la fatica, allora evidentemente c’è qualcosa che sfugge, forse il buco nero sono i controlli, da alcuni dati emerge che oltre il 50% delle aziende controllate non era in regola, ovviamente ci diranno che non ci sono le risorse per fare tutto e molto probabilmente, è anche vero, ma allora tutto resta indefinito, tutto resta scritto sulla sabbia. Per conto mio credo si possa pensare ad un sistema di controlli che non sia il classico presidio “formale”, cioè limitarsi al lavoro degli ispettori che saranno giocoforza sempre insufficienti, ma provare ad esplorare altre strade, per esempio un uso intelligente delle telecamere, dei droni, della tecnologia anche per il tracciamento. Oggi questo è possibile, ecco, cominciare anche da queste piccole cose potrebbe dare il senso che uno stato, (sempre che lo voglia) intenda porre fine alla vergogna per un paese civile come L’Italia, di tollerare questa pratica vigliacca e razzista e per dirla alla Cervantes nel Don Chisciotte , “Al mondo non ci sono che due razze, quella di chi ha e quella di chi non ha” ma allora era il 1600, ma a me sembrano tanto attuali.

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