L’Italia ha l’attenuante che è il paese dopo la Cina che ha subito l’impatto più devastante del virus, però insieme all’attenuante c’è anche una responsabilità, responsabilità che incrocia i vari livelli decisionali, questo vale tanto per le politiche sanitarie quanto per le politiche economiche.
Mi spiego meglio, le regioni hanno senz’altro fatto soprattutto nel nord, soprattutto la regione Lombardia un uso politico del coronavirus, in certi momenti giocando un ruolo di smarcamento e di messa in mora nei confronti del governo, l’hanno fatto nella maniera più confusa possibile perché Fontana nei giorni dispari chiedeva di chiudere tutto, nei giorni pari invece criticava il governo perché teneva troppo chiuso, alternando ordinanze contraddittorie rispetto ai DPCM varati dallo stesso governo, salvo poi l’altro ieri improvvisamente scoprire che occorreva un piano per la nuova normalità, però se questo è accaduto dipende dal fatto che purtroppo scontiamo ormai da diverse settimane, un’inefficienza è una mancanza di programmazione di decisione a livello di governo centrale, ci sono troppi piani decisionali e/o indecisionali, il governo da una parte, i governatori dall’altra, insieme ai Sindaci, la Protezione Civile da una parte il super commissario Arcuri, la commissione Pisano che deve studiare la app alla quale adesso si aggiunge il comitato Colao che forse deve studiare la stessa cosa o forse deve fare anche altro, nessuno capisce più che cosa sta accadendo.
Ecco quindi, che la ricerca della stella polare che indichi la rotta è, e sarà sempre più necessaria per una ripartenza che non prescinda comunque dalla salute e dalla sicurezza dei cittadini e dei lavoratori che comunque viene prima del profitto. C’è un numero, che sono i 25.000 morti (ad oggi), da Covid-19, è una cifra che ci mette di fronte a una condizione tragica, inedita, io, penso che ciascuno di noi deve muoversi con il rispetto quasi sacrale verso questa tragedia che stiamo vivendo e dopo 25.000 decessi io credo che un grande paese come il nostro non può essere schiacciato dal dilemma “O la borsa o la vita” è evidente che l’economia deve ripartire ma noi siamo di fronte a delle esigenze che in parte convergono in parte divergono, la politica dice da settimane che dobbiamo attrezzarci giustamente a convivere per un tempo medio lungo con questo virus l’economia giustamente dal suo punto di vista dice che: ho il paese si rimette in moto oppure corriamo il rischio di un default, e la scienza giustamente ci ricorda che fino a quando non approderemo globalmente ad un vaccino dovremmo adoperare tutte le misure e le cautele necessarie.
Il problema è che queste diverse istanze, politica, economia e scienza devono poi convergere in una sintesi, e questo, certamente è il compito principale della politica, di chi governa. Ci sono le vittime a ricordarci che non possiamo permetterci anche eticamente una gara al rialzo, a chi fa le cose prima o meglio, c’è bisogno di questa sintesi da parte dei diversi livelli istituzionali di questo paese, quindi il governo centrale le regioni i sindaci che fanno un’opera assolutamente straordinaria, insostituibile.
In conclusione, i medici ricercatori ci hanno spiegato che questo è un virus terribilmente contagioso, due casi soltanto in 15 giorni possono moltiplicarsi sino a 2000 casi e quindi, abbassare la guardia da questo punto di vista, significa aprire la strada a potenziali nuovi focolai nelle prossime settimane, nei prossimi mesi ci sono due termini che gergalmente abbiamo cominciato a conoscere sono testing e tracking e cioè testare in modo significativo un campione rappresentativo della popolazione italiana attraverso la sierologia, attraverso gli esami con tampone, attraverso tutti gli strumenti possibili per verificare quanto ancora diffuso sia il virus e il tracciamento dello stesso .
Quindi, molto umilmente, ritengo che, non credo alla luce di quello che abbiamo letto e sentito in questi giorni, che ci sarà un’ora ICS, cioè un giorno nel quale il paese si rimette in movimento, come se tutto tornasse come prima, perché così non sarà, ovviamente ci dovrà essere necessariamente una modularità, perché regioni diverse hanno vissuto la tragedia con i numeri cifre e drammi differenti.
Penso sia necessario puntare assolutamente su l’imposizione di standard di sicurezza rigorosi nella ripresa delle attività produttive nei luoghi di lavoro e nella logistica, cioè nella mobilità di chi esce di casa e torna in quel luogo di lavoro, cosi da poterci garantire di non morire di coronavirus, ma neanche di fame.
coronavirus
In questi lunghi giorni, giorni strani di quarantena, sono molti i pensieri che ti attraversano la mente, e oltre a esercitare le buone pratiche di comportamento anti Coronavirus, quali lavarsi le mani più volte , usare guanti e mascherina se per caso vai a fare la spesa, affiorano riflessioni su quello che succede nelle città deserte, e nei rari casi in cui passa una persona, non riconosciamo un volto ma una mascherina.
Difficilmente incrociamo gli sguardi , semmai ci allontaniamo per paura del contagio, e mi viene in mente che non abbiamo mai conosciuto qualcosa di simile , se non ritornando indietro nel tempo dove la libertà ci è stata tolta per davvero , il tempo di guerra, ovviamente io , non l’ho vissuto ed ho deciso allora di sentire mia madre Marcella che è del 1931 e la guerra e quel clima li ha vissuti per davvero, le ho fatto quindi una intervista. che pubblicherò in 2 post.
Antonello Concas
In questi ultimi giorni ho ascoltato e sentito, letto veramente tante prese di posizione riguardo a comportamenti e regole da seguire.
Però una cosa è certa, il coronavirus ci sta mettendo veramente alla prova sia come singoli individui e sia come paese.
E’ un test che tocca innanzi tutto il sistema sanitario, quello politico e soprattutto quello economico. Dal punto di vista individuale, dare giudizi, magari affrettati sul funzionamento dei protocolli per contrastare e arginare il COVID-19, a me pare in assoluto fuori luogo.
Ritengo che i provvedimenti che sono stati varati debbano essere rispettati come vanno rispettate tutte le leggi senza se e senza ma.
Antonello Concas
le immagini ,a cui a reti unificate abbiamo assistito, di una corsa all’accaparramento di scorte di generi alimentari di qualsiasi tipo a me è parsa un tantino esagerata ,una sorta di fobia ,verso l’ultimo inutile pezzo di pane, che deve essere il nostro e di nessun altro, manco fosse la fine del mondo.
Quelle immagini hanno rievocato in me gli inizi della famosa Guerra del Golfo, ma anche in quello scenario di guerra, la pasta, il riso ed altre vivande non ci sono mai mancate.
O come in tante altri disastri che purtroppo questo paese ha conosciuto, alluvioni, terremoti dove c’erano città e paesi deserti, eppure il pane quotidiano, unito a tantissimi generi di prima e seconda necessità non ci sono mai venuti meno. Non è mai mancata anche l’assistenza sanitaria ed i farmaci.
La cosa che però mi ha fatto davvero paura non è certo l’accaparrarsi eccezionale di scorte alimentari, per paura di non trovare più nulla a causa del coronavirus, oppure i vari post, ma è l’ignoranza e la cattiveria.
Antonello Concas